Perché

L'associazione

Eunoè è una associazione di promozione sociale (APS) per lo studio e la divulgazione del ruolo della scienza nelle società complesse. Seguendo l'approccio epistemico post-normale di Funtowicz e Ravetz, Eunoè promuove un riequilibrio tra i risultati della ricerca scientifica e i bisogni materiali, intellettuali e spirituali dei cittadini.

Il problema epistemico

Si può dire che la più importante innovazione nelle strutture della conoscenza, nell’epoca moderna, sia stata la sostituzione della filosofia/teologia con la scienza, come metafora centrale dell’organizzazione della conoscenza. E, soprattutto, la predominanza di uno specifico metodo scientifico (che, semplicisticamente, potremmo definire newtoniano) che ha rivendicato essere l’unica modalità legittima di conoscenza. (Immanuel Wallerstein, in The Age of Transition: Trajectory of the World-System, 1945-2025)

La concezione apodittica di scienza che vediamo espressa nel pubblico dibattito, spesso in forma sensazionalistica, non corrisponde in nulla a ciò che l’epistemologia definisce essere tale. Rappresenta piuttosto una vecchia forma di scientismo positivista di stampo ottocentesco, una sorta di cascame d’altri tempi brandito come uno scettro sulle masse.

Ma oggi non ha più senso riferirsi alla scienza come un sapere apodittico e riduzionistico. È invece necessario un aggiornamento epistemico di tutte le sue principali categorie fondanti deducibili dalla complessità. Non si tratta di mettere in liquidazione l’epistemologia positivista e di sostituirla con una epistemologia semplicemente post positivista, ma di complessificare l’epistemologia. Oggi i fatti non sono altro rispetto alle persone e le complessità delle persone spiegano le complessità dei fatti. Oggi per conoscere non basta più osservare, è necessario interpretare. Oggi le cause spiegano sempre meno i fenomeni a esse riconducibili. Quello che serve non è rinunciare a conoscere attraverso i fatti, l’osservazione e le cause, ma aggiornare queste nozioni tipicamente positiviste alla luce dei cambiamenti del rapporto tra scienza, politica e società.

Il problema politico

In quanto attività orientata al raggiungimento di obiettivi sociali o di mercato, la scienza non può reclamare uno status privilegiato rispetto a una definizione dei fini che spetta invece al più ampio dominio della mediazione politica e culturale. Quando ciò avviene, la scienza e i suoi protagonisti si piegano al potere che le strumentalizza e si fanno schermo di una presunta asetticità dietro cui può celarsi ogni arbitrio. Ciò che guadagnano in autorità, lo perdono in autorevolezza.

Le leggi della natura non operano per il bene pubblico (o per il suo opposto), che può essere realizzato soltanto quando la conoscenza che proviene dal laboratorio interagisce con le istituzioni culturali, economiche e politiche della società. La scienza e la tecnologia moderne sono pertanto fondate su un salto di fede: ovvero che la transizione dal mondo, controllato idealizzato ed indipendente dal contesto, del laboratorio, alla intricata realtà della società complessa possa automaticamente cagionare un beneficio sociale. (Daniel Sarewitz, Frontiers of Illusion: Science and Technology, and the Politics of Progress)

Accade sempre più spesso che la politica si appelli nel suo agire a sedicenti evidenze scientifiche proprio mentre assistiamo a una vera e propria crisi della scienza: è messa in discussione la sua riproducibilità, legittimità e integrità. La crisi della scienza conduce alla crisi di legittimità della politica che pretende di darsi un fondamento tecnico e scientifico (tecnocrazia). Ne è prova il crescente livello di conflitto che assume il dibattito pubblico su temi sensibili dal punto di vista sanitario, ambientale e sociale, quali ad esempio flussi migratori, cambiamento climatico, agenda digitale, profilassi vaccinale, cyber security, economia dell’austerità, educazione LGBT, fine vita, altro.

A partire da Platone la questione della legittimazione della scienza è indissolubilmente, legata a quella della legittimazione del legislatore. In questa prospettiva, il diritto di decidere ciò che è vero non è indipendente dal diritto di decidere ciò che è giusto, anche se gli enunciati sottoposti alle due autorità sono di natura differente. […] Analizzando l'attuale statuto del sapere scientifico, constatiamo che proprio nel momento in cui esso sembrerebbe più subordinato che mai ai giochi di potere e in cui corre anche il rischio di divenire una delle maggiori poste dei conflitti fra le nuove tecnologie, il problema della doppia legittimazione, lungi dallo sfumare, è necessariamente destinato a porsi in modo ancora più acuto. Esso si pone infatti nella sua forma più completa, quella della reversione, che mette in luce come sapere e potere siano i due aspetti di una stessa domanda: chi decide cos’è il sapere, e chi sa cosa conviene decidere? La questione del sapere nell’era dell’informazione è più che mai la questione del governo. (Jean-François Lyotard, La condition postmoderne)

Pertanto, quando lo scopo è quello di convogliare ciò che è frutto di conoscenza scientifica nell’ambito delle scelte politiche, è necessario un accurato lavoro di negoziazione semantica per riuscire a giungere a un significato che sia condiviso da tutte le parti interessate, cioè a un perché che è condizione necessaria per arrivare a un come, ossia all’applicazione, nel mondo reale, della scienza e del contributo degli esperti.